Dai tafani alle api – l’ascesa dei Barberini

Silvia Tofoni

Tutti noi conosciamo la storia della potente famiglia Barberini, un cognome che ha risuonato nei secoli. Le loro api sono posate su alcuni dei monumenti più suggestivi di Roma: popolano le foglioline d’oro delle colonne tortili del Baldacchino di San Pietro; si specchiano nelle acque della fontana che da loro prende il nome, all’inizio di Via Veneto; animano la facciata del maestoso Palazzo Barberini. Fu un mirabolante ronzio artistico, che se da un lato tolse tanto all’Urbe pagana, come ci ricorda Pasquino nella sua celebre invettiva “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, dall’altro donò in egual misura. Promotore di questa grandiosa stagione artistica fu il cardinale Maffeo Barberini, colui che renderà immortale la memoria del proprio casato, eletto papa come Urbano VIII il 6 agosto 1623. Uomo di vasta cultura umanistica, amante dell’arte e delle letterature classiche, egli legò a doppio filo il proprio nome a quello dell’artista che tradusse in opera il suo fervore mecenatistico, Gian Lorenzo Bernini. 

Ma qual’è l’origine delle api araldiche più famose della storia? Gli stemmi erano, già dall’epoca medievale, il contrassegno pubblico di una famiglia illustre, l’immagine parlante della loro storia, una sorta di espressione grafica del cognome. E allora perché la famiglia Barberini è simboleggiata da tre api volanti? L’aneddoto è proprio qui. Il nobile animale era in origine un tafano. Questo insetto così sgradevole e molesto ne decorava, sempre in numero dispari, lo stemma di famiglia in riferimento all’originario cognome del casato, i Tafani di Barberino Val d’Elsa in Toscana, ed era affiancato dall’immagine di una forbice, a richiamo delle origini commerciali della famiglia, quali mercanti di stoffe o sarti. I Tafani erano senz’altro una famiglia antica e affermata, ma sicuramente non di nobili origini e non in grado di competere con le illustri casate toscane. A Firenze ancora oggi è conservato il cinquecentesco Palazzo Tafani, la residenza cittadina di famiglia, dominato proprio dai tre mosconi dello stemma, ben lontani dall’eleganza delle api di Palazzo Barberini a Roma. 

Le più mefitiche mosche divennero in effetti le celebri e laboriose api solo al passaggio a Roma. Anche il cognome mutò in Barberini, e fu proprio Urbano VIII a suggellarne il cambiamento. Difficilmente uno sgraziato tafano avrebbe potuto ben rappresentate un papa, e senz’altro le api, da sempre emblema di intelligente operosità, ben avrebbero simboleggiato la politica di Urbano VIII. I tafano divennero dunque le celebri api, in un processo di abbellimento che ormai era necessario per una famiglia che aveva saputo importi fra le altre ed assurgere al soglio pontificio. 

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